mercoledì, 15 novembre 2006
Metro Spaccato

Freddo mattutino. Il sole c'è, per fortuna. Lo sguardo però è fisso sull'asfalto, i passi, sempre gli stessi, ho dimenticato le cuffiette a casa.
Figuri sulle banchine, persone senza volto, con una loro storia dietro, celata negli zaini, nelle valigette 24 ore, nella fretta di svolgere il proprio compito quotidiano. Persone che diventano figuri. Fantocci, voi non volete nulla da me, e io niente da voi. Fantoccio tra i fantocci.
Salgo sul treno appena arrivato, è ressa. Ressa di quelle da documetario: una ressa da analizzare e studiare. Cazzo quant'è pieno sto treno. Ci ammassiamo tutti qua, siamo felici, stiamo tutti insieme, allegramente, tutti che ci diamo appuntamento alla solita ora. Oh, non manca nessuno! Vuol dire che qui è valido.
Di fuori ci sono i campi che corrono. E io sto fermo a guardarli. I campi. Io. Il treno. I campi. La ressa. Il treno. I campi. Io...
Il treno attraversa la periferia di Roma con naturale disinvoltura, non sembra nemmeno di essere in città. I gomiti di un vecchio nei propri fianchi possono essere fastidiosi, e nemmeno tutte le migliori riflessioni sulla vita o sulla natura possono distogliere l'attenzione da sti cazzo de gomiti de vecchio! Mi sposto di quei millimetri necessari per creare uno spazio necessario a non toccarci. Uno strato d'aria ci separa, poca cosa, ma sufficiente.
Vecchio!
Il treno è un mezzo, è un mezzo per arrivare a qualcosa, ti porta dove devi andare, uno strumento grazie al quale è possibile attuare un pensiero o un'attività. Il mio treno? Il mio treno mi sta portando ad un altro treno. La metro!
A questo punto dovete immaginare che l'atmosfera cambia, mentre racconto questa storia. Tutto intorno si fa buio, i bambini si raccolgono davanti il camino acceso, la faccia della nonna è sbiecamente illuminata dalle fiamme, i lupi sulle montagne ululano dalla fame e la finestra al piano di sopra iniza a cigolare per poi sbattere violentemente. Il terrore della metro!
Avete mai sentito parlare dei buchi neri? Sono dei sistemi che collassano su se stessi, dove la materia è talemente pressata che un centimetro cubo può pesare tonnellate. Bè, la metro è la diretta discendente dei buchi neri. L'aria, se può, scappa. E fa bene.
Non c'è un punto di arrivo nella ressa da metro. Ogni fermata si pensa di aver toccato il fondo, e invece... C'è sempre qualcuno che vorrà salire e mai nessuno disposto a scendere. E' il primo teorema di Metro. A questo punto mi sembra naturale la conseguenza. La gente iniza ad incazzarsi. In questo caso sono lieto di far parte della massa: mi incazzo. Il fatto è che anche se sembra che no ci sia più spazio, da fuori arriva sempre qualcuno che sa che ce n'è ancora e poi lo insegna a chi da dentro non se n'era accorto. Così, di fronte a situazioni così critiche, le donne incinte, che normalmente popolano la metro, escono in preda a crisi tipiche.
Gli sguardi si normalizzano, il puzzo sparisce, la ressa rimane. Di tutto si fa virtù, e in fondo la mia metro, che odio profondamente, nel modo più viscerale possibile, mi piace. Mi piace perchè la odio.
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categoria:pensieri, riflessioni
giovedì, 09 novembre 2006
Un mondo che è tutto un Panorama

Andrea - U'Palemmitàno: 46 anni, capelli ricci, neri, sudici. Pelle scura, capezza d'oro al collo, forte accento siciliano. Ex lavoratore alla sicurezza. Girava col pezzo, dice lui. Pacchetto di sigarette, pre-rollate a casa, in tasca. Divrziato, credo. Dice che non è più sposato, ma ne ignoro il motivo, per cui ipotizzo la separazione. Oggi sistema CiccioBello e Winnie the Pooh, detto winnù, o como cazzo se chiame. Un vero team-leader! Ci tiene che le scatole dei pupazzi siano messe bene. Non ci tiene a manovrare il muletto, ha fatto n'casino cu i vetri! Non lo tocca più. Risponde solo al suo caporeparto e a sistemà le scatulette de merda non ci pensa proprio. Nella pausa pranzo è l'unico a non aver pagato i tramezzini, senza cocconzola naturalmente. Te pare che va a dà i soldi a sti stronzi!

Paolo il Napoletano: 60 anni. Lunghi capelli bianchi, occhiali giallastri, pizzetto curato. Strana camminata rigida che si accompagna ad un accento napoletano sfoggiato a tratti. Ci prova un pò con le ragazze molto più giovani di lui, e poi ritratta appena riceve un: "Ma guardete!". Devo dire, mio malgrado, che è un gran pignolo coi scatoloni. Ammira soddisfatto l'isola messa su al centro del reparto, coperta da un telo rosso alla base, base fatta insieme a me. Tappa i buchi tra le tavole da stiro e le Happy Family. Ce l'ha a morte con la caterva di elecotteri, scatole su scatole. Impossibole mette su tutt'shti shcatoloni! Ma alla fine si vanta che domani quando andrà da panorama potrà dire che l'isola, separata maschietti e femminucce, l'ha fatta lui.

Diego: 19 anni, di Roma, anzi di Ostia. Un pischello. Bello ciccio, caciarone, lavora bene, è uno tra i più esperti. E' il vero cuore della serata. Fa caciara per tutti, dove c'è lui ci si diverte. Ha preso d'occhio Ida, bella ragazza, sposata però. Dice che studia, si è iscritto quest'anno a Lingue Orientali. Mi chiede quanti anni ho. Gli dico 24, lui mi dice: ah sei un pischello! Rimango perplesso. Sono fortunato ad essere capitato con lui, ci fa guadagnare, insieme a u'palemmitano, una bella pausa pranzo, con trella finale. Mi chiede se studio, io gli dico che faccio ingegneria e lui mi chiede se la faccio seriamente o così. Rimango perplesso per la seconda volta. Non è il massimo dell'eleganza, ma alla fine non posso certo lamentarmi, è un tajo.

Poi ci sono gli altri, che però lasciano meno il segno. Questi soggetti mi hanno vermamente incuriosito.
Ah...
C'era uno, non so manco come si chiama. Poche parole, mani sporche, con le quali tocca la mortadella in modo disgustoso, occhi fissi nel vuoto, sulla quarantina. Non so nemmeno se è italiano, o se lo è lo nasconde bene. Fissa Serena, la ragazza che lavora con noi, lei si spaventa un pò. Ma lui l'aveva solo risconosciuta da un altro lavoro fatto insieme. Lei non ne ha memoria.
Poi c'è quello coi Tic, Daniele, pelato, mezzo down mi sa. Tutto scattoso, preso per culo da tutti. Sta al gioco. Io però non lo prenderei a lavorare.

Il mondo è effettivamente vario. C'è un sacco di gente, un popolazione intera diversa da me, diversa dai miei amici, diversa dalla gente che sono abituato a frequentare. Gente meno profonda, persone che vivono una vita semplice, immerse in mille difficoltà, ma che hanno trovato la loro dimensione, che si divertono a fare mezzanotte sistemando scatole di tonno e mutande. Sono contento di aver visto questa realtà. Anche se non nascondo di aver fatto fatica ad entrare nei meccanismi di queste persone. Persone fatte di scherzi pesanti e scuregge all'aria.

E io, come sempre, da buon Pignolo, osservo...
Pinolata di: Pignolo alle ore 20:49 | Permalink | commenti (4)
categoria:pensieri, lavoro
giovedì, 02 novembre 2006
Senza titolo

Cosa sono diverse realtà? Chi ci pensa veramente alle situazioni diverse dalle nostre?
Io vedo da vicino, chi non può, per colpe assolutamente non sue, vivere una vita semplice e tranquilla come la mia. Chi deve lottare con un sistema che non lo favorisce, anzi che cerca di fregarlo. Chi cerca, con le proprie capacità, di risollevare una situazione difficile, chi cambia il suo stile di vita perchè ha capito!
Di fronte a tutto questo, vedermi seduto avanti ad un computer, o alla guida della macchina, al sicuro dentro la mia casa, mi fa pensare che io non sono una persona normale, ma sono una persona fortunata! Fortunata perchè i miei genitori mi hanno donato una situazione sostenibile, perchè non sono nato in un paese in lotta, perchè la mia vita dà per scontata la sussitenza.
Io ammiro il mio amico, perchè cerca di essere un vero uomo.
Pinolata di: Pignolo alle ore 21:44 | Permalink | commenti (1)
categoria:pensieri, riflessioni, amici