Metro Spaccato
Freddo mattutino. Il sole c'è, per fortuna. Lo sguardo però è fisso sull'asfalto, i passi, sempre gli stessi, ho dimenticato le cuffiette a casa.
Figuri sulle banchine, persone senza volto, con una loro storia dietro, celata negli zaini, nelle valigette 24 ore, nella fretta di svolgere il proprio compito quotidiano. Persone che diventano figuri. Fantocci, voi non volete nulla da me, e io niente da voi. Fantoccio tra i fantocci.
Salgo sul treno appena arrivato, è ressa. Ressa di quelle da documetario: una ressa da analizzare e studiare. Cazzo quant'è pieno sto treno. Ci ammassiamo tutti qua, siamo felici, stiamo tutti insieme, allegramente, tutti che ci diamo appuntamento alla solita ora. Oh, non manca nessuno! Vuol dire che qui è valido.
Di fuori ci sono i campi che corrono. E io sto fermo a guardarli. I campi. Io. Il treno. I campi. La ressa. Il treno. I campi. Io...
Il treno attraversa la periferia di Roma con naturale disinvoltura, non sembra nemmeno di essere in città. I gomiti di un vecchio nei propri fianchi possono essere fastidiosi, e nemmeno tutte le migliori riflessioni sulla vita o sulla natura possono distogliere l'attenzione da sti cazzo de gomiti de vecchio! Mi sposto di quei millimetri necessari per creare uno spazio necessario a non toccarci. Uno strato d'aria ci separa, poca cosa, ma sufficiente.
Vecchio!
Il treno è un mezzo, è un mezzo per arrivare a qualcosa, ti porta dove devi andare, uno strumento grazie al quale è possibile attuare un pensiero o un'attività. Il mio treno? Il mio treno mi sta portando ad un altro treno. La metro!
A questo punto dovete immaginare che l'atmosfera cambia, mentre racconto questa storia. Tutto intorno si fa buio, i bambini si raccolgono davanti il camino acceso, la faccia della nonna è sbiecamente illuminata dalle fiamme, i lupi sulle montagne ululano dalla fame e la finestra al piano di sopra iniza a cigolare per poi sbattere violentemente. Il terrore della metro!
Avete mai sentito parlare dei buchi neri? Sono dei sistemi che collassano su se stessi, dove la materia è talemente pressata che un centimetro cubo può pesare tonnellate. Bè, la metro è la diretta discendente dei buchi neri. L'aria, se può, scappa. E fa bene.
Non c'è un punto di arrivo nella ressa da metro. Ogni fermata si pensa di aver toccato il fondo, e invece... C'è sempre qualcuno che vorrà salire e mai nessuno disposto a scendere. E' il primo teorema di Metro. A questo punto mi sembra naturale la conseguenza. La gente iniza ad incazzarsi. In questo caso sono lieto di far parte della massa: mi incazzo. Il fatto è che anche se sembra che no ci sia più spazio, da fuori arriva sempre qualcuno che sa che ce n'è ancora e poi lo insegna a chi da dentro non se n'era accorto. Così, di fronte a situazioni così critiche, le donne incinte, che normalmente popolano la metro, escono in preda a crisi tipiche.
Gli sguardi si normalizzano, il puzzo sparisce, la ressa rimane. Di tutto si fa virtù, e in fondo la mia metro, che odio profondamente, nel modo più viscerale possibile, mi piace. Mi piace perchè la odio.
Freddo mattutino. Il sole c'è, per fortuna. Lo sguardo però è fisso sull'asfalto, i passi, sempre gli stessi, ho dimenticato le cuffiette a casa.
Figuri sulle banchine, persone senza volto, con una loro storia dietro, celata negli zaini, nelle valigette 24 ore, nella fretta di svolgere il proprio compito quotidiano. Persone che diventano figuri. Fantocci, voi non volete nulla da me, e io niente da voi. Fantoccio tra i fantocci.
Salgo sul treno appena arrivato, è ressa. Ressa di quelle da documetario: una ressa da analizzare e studiare. Cazzo quant'è pieno sto treno. Ci ammassiamo tutti qua, siamo felici, stiamo tutti insieme, allegramente, tutti che ci diamo appuntamento alla solita ora. Oh, non manca nessuno! Vuol dire che qui è valido.
Di fuori ci sono i campi che corrono. E io sto fermo a guardarli. I campi. Io. Il treno. I campi. La ressa. Il treno. I campi. Io...
Il treno attraversa la periferia di Roma con naturale disinvoltura, non sembra nemmeno di essere in città. I gomiti di un vecchio nei propri fianchi possono essere fastidiosi, e nemmeno tutte le migliori riflessioni sulla vita o sulla natura possono distogliere l'attenzione da sti cazzo de gomiti de vecchio! Mi sposto di quei millimetri necessari per creare uno spazio necessario a non toccarci. Uno strato d'aria ci separa, poca cosa, ma sufficiente.
Vecchio!
Il treno è un mezzo, è un mezzo per arrivare a qualcosa, ti porta dove devi andare, uno strumento grazie al quale è possibile attuare un pensiero o un'attività. Il mio treno? Il mio treno mi sta portando ad un altro treno. La metro!
A questo punto dovete immaginare che l'atmosfera cambia, mentre racconto questa storia. Tutto intorno si fa buio, i bambini si raccolgono davanti il camino acceso, la faccia della nonna è sbiecamente illuminata dalle fiamme, i lupi sulle montagne ululano dalla fame e la finestra al piano di sopra iniza a cigolare per poi sbattere violentemente. Il terrore della metro!
Avete mai sentito parlare dei buchi neri? Sono dei sistemi che collassano su se stessi, dove la materia è talemente pressata che un centimetro cubo può pesare tonnellate. Bè, la metro è la diretta discendente dei buchi neri. L'aria, se può, scappa. E fa bene.
Non c'è un punto di arrivo nella ressa da metro. Ogni fermata si pensa di aver toccato il fondo, e invece... C'è sempre qualcuno che vorrà salire e mai nessuno disposto a scendere. E' il primo teorema di Metro. A questo punto mi sembra naturale la conseguenza. La gente iniza ad incazzarsi. In questo caso sono lieto di far parte della massa: mi incazzo. Il fatto è che anche se sembra che no ci sia più spazio, da fuori arriva sempre qualcuno che sa che ce n'è ancora e poi lo insegna a chi da dentro non se n'era accorto. Così, di fronte a situazioni così critiche, le donne incinte, che normalmente popolano la metro, escono in preda a crisi tipiche.
Gli sguardi si normalizzano, il puzzo sparisce, la ressa rimane. Di tutto si fa virtù, e in fondo la mia metro, che odio profondamente, nel modo più viscerale possibile, mi piace. Mi piace perchè la odio.


